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In Giappone è discussione aperta sulla pena di morte

In Giappone si torna a discutere sulla pena di morte, un  tema che da sempre accende un forte dibattito pubblico (piu’ all’estero che nel paese, a dire il vero).

Lo scorso 18 dicembre sono stati giustiziati, tramite impiccagione, due detenuti, primo caso in Giappone di un’esecuzione deliberata da una giuria popolare e primo dopo la nomina come Ministro della Giustizia di Mitsuhide Iwaki.

Il nome del primo detenuto è Sumitoshi Tsuda, di anni 63, condannato per l’omicidio di 3 persone. Tsuda  ha voluto chiedere perdono alle famiglie delle vittime, comunicando ai suoi avvocati di voler rinunciare alla presentazione della domanda di revisione della pena .

Il nome del secondo giustiziato è invece Kazuyuki Wakabayashi  accusato di aver ucciso nel 2006 una donna e sua figlia per una rapina di poche centinaia di euro.

La direttrice di  Amnesty international ha espresso il suo dissenso sulla pena di morte affermando che “la volontà delle autorità nipponiche di mettere a morte le persone fa rabbrividire” e contestando, inoltre, le modalità con cui questa avviene in Giappone come, ad esempio, il poco preavviso (poche ore) che viene dato ai pringionieri o che le loro famiglie vengano avvisate del decesso solo a cosa avvenuta.

Non solo Amnesty International si schiera contro la pena di morte ma anche la Federazione degli avvocati che ha chiesto al Ministro della Giustizia che si  possa discutere dell’argomento attraverso l’istituzione di un comitato che giunga ad una decisione che sia politica e non pubblica come attualmente avviene.

 

Sonia Porcari

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